Nel lontano 2016 visitammo Londra, alloggiando in un ostello vicino ai giardini di Kensington.
I ragazzi erano ancora nell’età in cui un parco giochi vale più di qualsiasi museo, quindi decidemmo di andare a vedere il playground dedicato a Peter Pan, quello con il galeone del Capitano Uncino.
Sembrava davvero di entrare in una favola: bambini ovunque che correvano, si arrampicavano, inventavano battaglie tra pirati e ragazzi sperduti. Ovviamente c’era anche tanta acqua — perché un galeone senza mare non è un galeone — e i piccoli ci si tuffavano dentro senza alcuna preoccupazione.
Ricordo ancora un bambino con il pannolino talmente impregnato da sembrare un sacco di sabbia che gli arrivava alle ginocchia. E lui saltava felice tra i flutti, incurante della fisica e dell’assorbimento dei tessuti.
A un certo punto notai un altro bambino. Vestito in modo impeccabile, sembrava uscito da un collegio inglese: camicia stirata, pantaloncini perfetti, calzini candidi. Stava accanto ai genitori, guardava gli altri giocare… ma non entrava in acqua.
Poi lo vidi muoversi, deciso finalmente a tuffarsi nel divertimento.
E proprio in quell’istante il padre, con il più perfetto accento inglese mai applicato alla lingua italiana, sentenziò:
«Adalberto, non ti bagnare.»
Il bambino si fermò di colpo.
Nei suoi occhi lessi insieme obbedienza, rassegnazione… e un immenso desiderio di infrangere ogni regola.
Da quel giorno Adalberto entrò nella mitologia familiare.
Ogni volta che i bambini chiedevano di fare qualcosa di vagamente pericoloso, io rispondevo imitando quell’accento impeccabile:
«Adalberto, non fare questo…»
«Adalberto, non fare quello…»
E loro ribattevano, con lo stesso tono teatrale:
«Ma padre, desideravo solo arrampicarmi sulla finestra e tuffarmi nel vuoto…»
oppure
«Ma padre, volevo soltanto accendere un piccolo fuoco in salotto…»
Sono passati molti anni, ma basta nominare Adalberto perché in casa parta ancora una risata collettiva.