Il giorno del funerale del mio amico Michele era, inevitabilmente, un giorno triste.
Era stata organizzata una cerimonia di commemorazione al cimitero di Lambrate e, anche se erano anni che non lo vedevo, ci tenevo davvero a esserci.

Partii in macchina e seguii diligentemente il percorso suggerito da Google Maps, parcheggiando dove mi indicava. Peccato che l’itinerario mi condusse davanti ad un ingresso ormai in disuso; prevedeva infatti di attraversare una zona del cimitero a cui non si poteva accedere: la nuova sezione islamica che non aveva collegamenti con la “nostra”.
Risultato: strada chiusa ed io dall’altra parte del mondo.

Mentre cercavo di capire come uscirne, iniziai a incontrare altri amici che non vedevo da anni. Tutti lì per lo stesso motivo. Tutti fregati allo stesso modo da Google Maps.
A quel punto, come spesso mi capita, decisi di non perdermi d’animo e proposi un itinerario alternativo che prevedeva di circumnavigare a piedi le mura del cimitero e attraversare una piccola roggia.

Lo scelsi perché tornare indietro, riprendere la macchina e fare tutto il giro ci avrebbe fatto arrivare in ritardo.
Gli altri mi seguirono, anche se Elena commentò subito:
“Non ti vedo da anni e la prima cosa che mi fai fare è guadare un fiume per andare a un funerale. Sei sempre lo stesso…”

Passai per primo, cercando l’equilibrio su tronchi e rocce che affioravano dall’acqua.
Quando fu il turno di Elena, dal fiume sbucarono alcune nutrie che, con fare decisamente poco rassicurante, iniziarono ad avvicinarsi. Lei rimase bloccata in mezzo all'acqua, paralizzata tra la paura e lo schifo, urlando e chiedendo aiuto.

L’unica cosa che mi venne in mente fu lanciare sassi e rami verso le nutrie per spaventarle.
Funzionò: le nutrie se ne andarono.
Noi, invece, finimmo tutti schizzati dall’acqua putrida della roggia.

Arrivammo alla commemorazione bagnati, ma puntuali.
Con il sorriso sulle labbra, anche se l’occasione era triste.

Credo che anche questo, in fondo, sia un modo per celebrare la vita.