La matematica mi è sempre piaciuta. Anzi, diciamo pure che mi piace ancora.
Tanto che, mentre frequentavo Ingegneria, aggiunsi al piano di studi praticamente tutti gli esami di matematica possibili. Scelta nobile… e leggermente masochista.
Ovviamente non era sempre tutto chiaro, quindi ogni tanto capitava di andare a ricevimento da qualche docente per fare domande o chiedere spiegazioni su argomenti che mi incuriosivano.
Quel giorno dovevo incontrare la professoressa di Calcolo Numerico. Mi aveva dato appuntamento di venerdì alle 18: “prima non posso”. Accettai senza fare troppe domande.
Arrivai alla Nave — così si chiamava l’edificio del dipartimento di Matematica — e presi l’ascensore.
Quando le porte si aprirono, mi trovai davanti a una scena surreale: da un bidone della carta spuntavano due gambe che si agitavano.
Per un attimo pensai di aver sbagliato piano.
Poi riconobbi le scarpe.
Erano quelle della mia professoressa.
Mi avvicinai, cercai di mantenere un minimo di dignità nella situazione e, con una certa delicatezza, la sollevai e la estrassi dal bidone.
Una volta rimessa in posizione verticale, mi spiegò l’accaduto: aveva buttato per errore degli appunti importanti, aveva provato a recuperarli, si era sporta un po’ troppo… e aveva finito per restare incastrata.
Il dipartimento ormai era deserto. Le sue richieste di aiuto si erano perse nei corridoi vuoti. Fino a lunedì non sarebbe passato nessuno.
Mi guardò e disse, con assoluta serietà:
«Lei oggi è stato il mio angelo.»
Alla fine, scoprì che la passione per la matematica non serve solo a risolvere equazioni.
Ogni tanto ti fa anche salvare una professoressa da un bidone della carta.