Qualche anno fa andammo in vacanza a Lefkada, una meravigliosa isola della Grecia.
Ogni giorno visitavamo una spiaggia diversa, li la scelta non mancava di certo.
Quel giorno decidemmo di andare a Egremni; sul depliant era descritta così:
“Questa spiaggia remota si trova sulla costa sud-occidentale di Lefkada e richiede un notevole sforzo per essere raggiunta: dal parcheggio bisogna percorrere un sentiero ripido e poi scendere oltre 300 gradini. In cima c’è uno snack bar con i servizi, mentre in spiaggia ci sono pochi lettini. Arrivare in barca è molto più semplice, ma ti perdi la vista spettacolare dall’alto.”
Ovviamente scegliemmo di arrivare dall’alto.
La discesa, tutto sommato, fu semplice. Portammo giù senza troppi drammi tutto quello che una famiglia con due figli piccoli si porta sempre dietro: ombrellone, passeggino, teli mare, borse con cambi e giochi, salvagenti, zaini con acqua e cibo.
Passammo una giornata splendida, facendo il bagno in un’acqua che, ancora oggi, è tra le più belle che io abbia mai visto.
A un certo punto, però, arrivò l’ora di tornare a casa. E questo significava rifare, al contrario, quegli oltre 300 gradini ripidi per tornare al parcheggio.
Mi caricai in modalità “mulo da soma”: zaino in spalla con l’ombrellone legato, salvagente intorno al collo, una borsa a tracolla su una spalla, un’altra sull’altra spalla, il passeggino in una mano e il bambino nell’altro braccio.
Iniziai la salita. Un gradino alla volta.
Ce la feci, maledicendo me stesso, le spiagge, la Grecia e probabilmente anche l’idea stessa di vacanza.
Quando arrivai in cima, il titolare del chioschetto mi vide, mi squadrò e mi disse:
“Hai fatto tutta la salita conciato così? Vieni, che ti offro da bere.”
Da lì la giornata prese una piega completamente diversa. Restammo al bar più di tre ore, tra chiacchiere, risate e bevute. Alla fine il titolare ci regalò anche cappellini e magliette della spiaggia, che ancora oggi sfoggio orgogliosamente quando vado al mare.
Alla fine, tirando le somme, fu una giornata perfetta.