All’alba dei miei diciott’anni, insieme a un gruppo di amici, decisi di partire per Taizé — una comunità in mezzo alle colline francesi dove giovani da tutto il mondo si ritrovano per pregare, riflettere, lavorare e conoscersi.
Saremmo dovuti restare due giorni. Ci fermammo una settimana. Non per scelta spirituale, ma perché ci siamo trovati benissimo in mezzo a ragazze provenienti da tutta Europa.
Partecipavamo attivamente alla vita della comunità: lavori manuali, momenti di preghiera, incontri, amicizie nuove ogni giorno. Tutto stava andando alla perfezione… finché non arrivò l’ora del silenzio.
Una volta alla settimana, infatti, c’era un’ora interamente dedicata alla meditazione: niente parole, solo raccoglimento e pace. Almeno in teoria. Durante il pasto, uno dei miei amici — per scherzo — mi rovesciò addosso un po’ d’acqua. Io, naturalmente, non potevo restare impassibile: afferrai la mia ciotola (sì, a Taizé si beve nelle ciotole) e gliela tirai addosso.
Da lì, l’apocalisse. Nel giro di trenta secondi, il silenzio più sacro si trasformò in una guerra d’acqua. Tutti contro tutti, a riempire le ciotole dalle fontane e a lanciarle verso chiunque passasse. Io, come sempre, decisi di esagerare: trovai un secchio, lo riempii fino all’orlo, mi girai per colpire i miei amici… e centrai invece in pieno una suora che era accorsa per sedare il caos.
Restai pietrificato.
Lei, gocciolante ma impassibile, mi guardò negli occhi.
Balbettai: «Sorella… finirò all’inferno per questo?»
Lei mi fissò un istante, poi rispose con assoluta serenità: «Sì.»
Da allora, almeno su questo punto, mi sento perfettamente in pace con la coscienza.