Da tempo immemore vengo arruolato come presidente di seggio a ogni consultazione elettorale. Ormai per me non è più solo un dovere civico: è un osservatorio privilegiato sull’umanità.

E l’umanità, credetemi, non delude mai.

C’è l’obbligo di consegnare qualsiasi dispositivo capace di fare foto o video prima di entrare in cabina. In altre parole: il cellulare.
Così, con la massima naturalezza, chiedo: “Mi dà il cellulare, per favore?”.
E puntualmente, qualche ragazza mi risponde senza esitazione: “3469876…”.
Numero dettato a memoria, tono convinto. Io resto un secondo in silenzio a chiedermi se ho sbagliato mestiere o se ho appena aperto una linea diretta con la rubrica.

Poi ci sono i casi più delicati.

Un signore si presenta con il figlio e mi dice: “È incapace di intendere e di volere, devo entrare con lui”.
Chiedo la certificazione per il voto assistito. Nulla.
“Ma senza di me vota a caso”, insiste.
Gli spiego con calma che, in assenza di documentazione, non posso autorizzarlo. E aggiungo — forse con un filo di ironia di troppo — che votare a caso non è necessariamente peggio di quanto faccia una buona parte dell’elettorato.
Non so se l’abbia presa come battuta o come analisi statistica.

Infine, la signora nostalgica.

Mi consegna la carta d’identità. La guardo: scaduta da oltre quindici anni.
Glielo faccio notare.
Lei, serissima: “Ma non vede come ero bella? Non la voglio cambiare”.
E in quel momento capisci che la burocrazia è forte, ma l’amor proprio lo è di più.

Fare il presidente di seggio significa passare ore a timbrare schede, controllare documenti, compilare verbali. Ma soprattutto significa incontrare storie, caratteri, frammenti di vita che entrano in cabina per un minuto e ti restano impressi molto più a lungo.

La democrazia sarà anche un meccanismo complesso, ma vista da dietro un tavolo di legno, con un timbro in mano, è prima di tutto una straordinaria commedia umana.