Quando i nostri figli erano piccoli li portavamo spesso ai Giardini di Porta Venezia.
Erano belli, comodi da raggiungere e perfetti per passare qualche ora all’aria aperta.

Un bel giorno d’inverno, di quelli con il sole che inganna facendoti credere che faccia caldo, decidemmo di andarci.
Facemmo il solito giro a vedere i germani reali e poi ci avvicinammo a uno dei canali per fare qualche foto ai bambini.

Anna lasciò Michele sull’erba.
All’epoca non camminava: era un “patatone” che restava esattamente dove lo mettevi.

Mentre si preparava a fotografare Francisca mi disse:
“Guarda tu il piccolo mentre faccio le foto.”

Io annuii.

Dopo qualche minuto, però, ero già distratto: Francisca si metteva in posa, Anna scattava, e io seguivo la scena come uno spettatore qualsiasi.

Poi arrivò il suono.

Uno “splash” netto.

Ci voltammo di scatto.

Michele, nel frattempo, aveva evidentemente deciso di fare un salto di qualità: aveva imparato a muoversi, si era avvicinato al canale… e ci era finito dentro.

Entrai immediatamente per recuperarlo e lo tirai fuori dall’acqua.
Anna lo spogliò alla velocità della luce e, senza esitazioni, mi fece togliere maglietta e maglione per avvolgerlo: il bambino andava scaldato subito.

E così tornammo a casa.

Lui avvolto nei miei vestiti.
Io a torso nudo, con i pantaloni zuppi, in una giornata che — sole o non sole — restava pur sempre d’inverno.

Da quel giorno, Michele non lo persi più di vista.