Quando i ragazzi erano piccoli adottammo una tartaruga d’acqua.

In realtà più che adottarla… ci venne affidata.

Il vecchio custode del nostro stabile voleva liberarsene e un giorno si presentò da noi dicendo che sarebbe sicuramente piaciuta ai bambini.

Aveva ragione.

La tartaruga entrò rapidamente a far parte della famiglia.

Col passare del tempo smise di essere “la tartaruga” e diventò semplicemente una presenza domestica.
Girava libera per casa — e questo significava passare intere mezz’ore a cercarla dopo che si era infilata sotto qualche mobile — faceva il bagno nella vasca insieme ai ragazzi e trascorreva le giornate mangiando, nuotando e crescendo.

Era una coinquilina silenziosa, ma con una certa personalità.

Poi, un giorno, morì.

Ed è qui che la storia prende una piega strana.

Perché tutti noi ricordiamo perfettamente quel giorno, il dispiacere dei bambini, i discorsi fatti…
ma nessuno ricorda cosa facemmo della tartaruga.

O meglio: ognuno ricorda una cosa diversa.

Ed è questo il punto inquietante.

Di solito ho una memoria piuttosto buona, ma in questo caso evidentemente l’emozione ha confuso tutto.

Nel tempo sono emerse diverse versioni.

Secondo alcuni, abbiamo seppellito la tartaruga nell’aiuola davanti all’albergo vicino alla scuola dei bambini, così da poterle passare accanto ogni mattina.

Secondo altri, organizzammo una specie di funerale vichingo al laghetto di Porta Venezia, affidandola ai flutti con tutti gli onori.

C’è anche chi sostiene che l’abbiamo cremata e dispersa nel vento come una vera guerriera.

E infine esiste la teoria più inquietante: che sia finita in uno stufato, nel rispetto delle migliori tradizioni delle culture ancestrali.

La cosa incredibile è che nessuna versione riesce a prevalere sulle altre.

E ormai credo che non scopriremo mai la verità.

Ma forse va bene così.

In fondo, avere più finali possibili rende questa storia molto più affascinante.