Durante la mia vita lavorativa mi è capitato diverse volte di andare in trasferta. Questa volta voglio raccontare la mia prima esperienza a Lenzing, in Austria.
Non ho mai capito bene se l'azienda prenda il nome dal paese in cui è stata costruita o se sia successo il contrario. Fatto sta che a Lenzing, sostanzialmente, c'è Lenzing.
E noi ci andammo appena dopo Natale, nel pieno dell'inverno austriaco.
Ci avevano detto che dovevamo arrivare con una certa urgenza. Così partimmo e, una volta arrivati, scoprimmo che non c'era nemmeno la corrente elettrica.
Eravamo infatti all'interno di un cantiere. Il capannone in cui avrebbe dovuto essere montato l'impianto non aveva nemmeno tutte le pareti, perché dovevano ancora installare i macchinari.
E faceva un freddo pazzesco.
Alla fine ci sistemammo come potevamo: computer appoggiati su scrivanie improvvisate costruite impilando assi di legno e noi seduti sui bancali.
Io, per proteggermi dal freddo, indossavo praticamente tutti i vestiti che mi ero portato dietro.
Sembravo l'omino Michelin.
L'atmosfera del posto era surreale. Tutto sembrava avvolto da una specie di grigiore permanente, come se qualcuno avesse tolto il colore al mondo.
La sensazione era quella di essere finiti dentro Schindler's List.
E la nebbia non aiutava.
Per darvi un'idea, dopo circa un mese scoprii che la strada che percorrevamo tutte le mattine costeggiava un fiume.
Non l'avevo mai visto.
La nebbia lo nascondeva completamente.
Durante il giorno c'era parecchia gente al lavoro, ma appena finiva la giornata tutti sparivano verso le loro case. Noi tornavamo in albergo, cenavamo e, nel giro di qualche giorno, avevamo praticamente assaggiato tutto il menu.
Fuori non c'era nessuno.
Quindi, per non morire assiderato, mi dedicavo alla sauna.
Avevo accumulato talmente tanto freddo durante la giornata che riuscivo a stare dentro più di un'ora, iniziando a sudare solo verso la fine.
Una sera la proprietaria dell'albergo ci diede una notizia:
"Sapete, qui d'inverno non viene praticamente nessuno. Oltre a voi non c'è nessuno, quindi chiudo."
Avrebbe mandato a casa tutti i dipendenti.
Poi, vedendo probabilmente le nostre facce preoccupate, aggiunse:
"Ma non vi preoccupate. Vi lascio le chiavi. Fate come se foste a casa vostra."
E così ci ritrovammo in una situazione che ricordava molto da vicino l'Overlook Hotel di Shining.
Con una differenza fondamentale: nessuno ci venne a chiedere di andare via.
Anzi, io ne approfittai per trasferirmi in una suite gigantesca, con salotto, doppio terrazzo e tre camere da letto.
Diciamo che, almeno dal punto di vista abitativo, la trasferta stava prendendo una piega interessante.
Dopo qualche giorno scoprimmo anche che, a circa cinque paesi di distanza, c'era un ristorante italiano.
Decidemmo di provarlo.
Appena entrati, ci trovammo davanti a un enorme murales con il proprietario del locale accanto a Maradona.
Il proprietario si chiamava Carmine.
E parlava esclusivamente in napoletano.
A quel punto capii immediatamente che eravamo nel posto giusto.
Da quel momento diventai anche l'interprete ufficiale tra Carmine e i miei colleghi bresciani.
Una trasferta in Austria, quindi, con un cantiere senza corrente, temperature polari, nebbia, un albergo completamente vuoto, una suite da tre camere e un ristorante napoletano a cinque paesi di distanza.
Alla fine, più che una trasferta di lavoro, sembrava l'inizio di una puntata di Ai confini della realtà.
Ma almeno si mangiava bene.