Durante l’anno e mezzo in cui ho vissuto a Dublino ho fatto il pendolare con Milano per vedere la mia famiglia.
Questo significa una quantità imprecisata di voli, con tutto quello che ne consegue: ritardi, cancellazioni, coincidenze saltate.
Una sera presi un volo Ryanair che accumulò tre ore di ritardo.
Arrivai a Dublino verso le due del mattino.
Sbrigai i controlli il più velocemente possibile e mi misi a correre verso la fermata dell’autobus che dall’aeroporto mi avrebbe portato verso casa.
Lo vedevo lì, fermo, con le porte ancora aperte. Nella mia testa ero già seduto, finalmente rilassato dopo il viaggio.
Arrivai davanti alle porte proprio mentre si stavano chiudendo.
Provai a fermarlo, ma l’autista mi disse che aveva finito il servizio.
Quello era l’ultimo autobus della notte.
Rimasi lì, fermo, a guardarlo con un’espressione che doveva essere più eloquente di qualsiasi parola.
Forse fu quella.
Mi chiese dove dovessi andare.
“Rathgar.”
Mi guardò un attimo e poi disse che era fuori mano, ma che sarebbe comunque andato verso il rimessaggio e poteva lasciarmi almeno da qualche parte lungo la strada.
Salii sull’autobus.
Spense tutte le luci: era fuori servizio.
Mi ritrovai da solo su un autobus a due piani, nel silenzio totale, mentre attraversavamo Dublino nel cuore della notte.
Ero mezzo addormentato quando mi accorsi che stavamo andando oltre il punto in cui avrebbe dovuto lasciarmi.
Glielo feci notare.
Lui, con naturalezza, mi rispose che aveva deciso di accompagnarmi più vicino a casa.
E così fu.
Arrivai praticamente sotto casa, su un autobus fuori servizio e senza nemmeno pagare il biglietto.
Lo ringraziai e scesi.
Quella sera non gli ho offerto da bere.
E a pensarci bene, un passaggio così meritava almeno un paio di giri di birra.
Non so chi fosse, né lo rivedrò mai.
Ma da allora, ogni volta che posso, cerco di dare un passaggio a qualcuno.
Non sarà la stessa cosa.
Ma è il mio modo per pagare quel debito.