Un giorno di maggio del 2023 mi svegliai con un leggero mal di testa.
Niente di particolare, una di quelle cose a cui non dai peso.

Il giorno dopo però il dolore era aumentato.
Mia moglie Anna aveva appena avuto l’influenza, quindi pensai di aver preso qualcosa anche io. Avevo un incontro importante con un cliente e non potevo rimandare: uscii comunque.

Durante la giornata la situazione peggiorò, ma portai a casa il lavoro.
Tornai a casa stanco, ma soddisfatto.

La mattina successiva provai ad alzarmi dal letto.

E capii subito che qualcosa non andava.

Mi girava la testa, non riuscivo a stare in piedi. Ogni passo era instabile, come se il corpo non rispondesse correttamente ai comandi.

Decisi di andare al pronto soccorso.
A piedi.

In fondo la ex clinica Santa Rita non era lontana.

Quando arrivai ad attraversare corso Buenos Aires, però, mi resi conto che non ero affatto sicuro di farcela.
Io pensavo di camminare dritto sulle strisce, ma il mio corpo aveva idee completamente diverse.

Procedevo barcollando, da un lato all’altro, come un ubriaco.

Alla fine, dopo un tempo che mi sembrò infinito, arrivai al pronto soccorso.

Quando fu il mio turno spiegai la situazione all’infermiere.
Lui mi disse di tornare in sala d’attesa.

Io lo guardai e risposi:
“Non ce la faccio.”

E non era un modo di dire.
Ero seduto e non riuscivo più ad alzarmi. La testa mandava segnali, ma il corpo non eseguiva.

Mi aiutarono a rimettermi in piedi, mi fecero accomodare, mi attaccarono una flebo e mi lasciarono lì.

Passai così la notte.

Accanto a me c’era una signora che, scoprii poco dopo, non aveva memoria a breve termine.
Continuava a chiedermi perché fosse lì, e io continuavo a spiegarle che i suoi parenti l’avevano portata per una visita.

Dopo pochi minuti, la domanda ricominciava.

Verso le quattro del mattino decise che era ora di andare a casa.
Si alzò e uscì.

Io ero inchiodato alla sedia con la flebo, incapace di seguirla.
La chiamai, ma non si fermò.

Così coinvolsi un altro paziente, un poveraccio con una ferita alla mano, che riuscì a raggiungerla e riportarla indietro.

Il resto della notte trascorse relativamente tranquillo.

A parte un uomo portato d’urgenza in ambulanza.
Lo misero su una barella accanto a noi e i medici fecero di tutto per rianimarlo.

Non ci riuscirono.

Quella notte capii che ero finito in un posto dove la vita e la morte si sfiorano continuamente, spesso senza preavviso.

E quello, in realtà, era solo l’inizio.

Il mio primo ricovero sarebbe durato una decina di giorni
e mi avrebbe fatto scoprire un mondo che fino a quel momento avevo sempre ignorato.