Dopo un’altra tornata come presidente di seggio, questa volta durante il referendum, non ho potuto evitare di portarmi a casa qualche nuova storia.

Perché il seggio elettorale è uno di quei posti dove l’umanità si presenta in tutte le sue forme, senza filtri.

Una signora in carrozzella viene accompagnata verso la cabina.
Il panno che la chiude le si posa sul viso.

Lei si ferma un attimo e commenta, serissima:
“Ma come è buio qua dentro…”

Non ho avuto il coraggio di spiegarle che, in effetti, era esattamente quello lo scopo.

Poco dopo entra un signore sulla quarantina.
Si chiude nella cabina, passano pochi secondi e mi chiama:

“Scusi… non mi ricordo più come funziona. Devo fare una spunta sulla scelta?”

In quel momento capisci quanto sia sottile il confine tra diritto di voto e istruzioni per l’uso.

Ciliegina sulla torta, un altro elettore arriva al tavolo, rifiuta la scheda e dice con naturalezza:

“No, grazie, ho già la mia.”

E mi mostra orgoglioso una scheda fac-simile presa chissà dove.

Ovviamente gli spiego che quella non va bene, che deve usare la nostra.
Lui mi guarda perplesso, come se stessi cercando di complicargli la vita inutilmente.

Convincerlo non è stato semplice.

Alla fine però ha votato.

E io ho aggiunto un’altra pagina alle cronache del seggio.