Diversi anni fa, insieme ai miei soci di 4Sigma, decidemmo di partecipare alla Milano City Marathon a staffetta. L’obiettivo non era solo sportivo: volevamo raccogliere fondi per Ginevra, la figlia di Max, uno dei nostri amici e partner.
La squadra era composta da quattro corridori: io, Marco, Danilo e lo stesso Max. Io avrei corso la prima frazione, la più lunga, 14 km. Marco e Danilo si sarebbero spartiti le due tratte da 11 km, mentre a Max — il meno allenato — spettavano gli ultimi 6 km.
Come se non bastasse, avevamo lanciato una sfida interna contro il team di Zetalab, una società con cui collaboriamo e che schierava corridori decisamente competitivi.
Alla partenza mi ritrovai subito accanto a Stefano di Zetalab. Partimmo insieme, fianco a fianco. Ma dentro di me lo spirito agonistico prese il sopravvento: dopo qualche chilometro aumentai il ritmo e riuscii a staccarlo.
Quando arrivai al cambio, avevo accumulato quasi venti minuti di vantaggio.
Marco e Danilo fecero il resto: corsero come forsennati, ampliando il distacco fino a oltre tre quarti d’ora. A quel punto eravamo convinti di avere la vittoria in tasca.
Ci ritrovammo tutti al traguardo, sicuri di vedere Max arrivare ben prima dell’ultimo frazionista di Zetalab.
Aspettammo.
E aspettammo ancora.
Il tempo sembrava dilatarsi. Poi, all’improvviso, vedemmo arrivare Lara, l’ultima staffettista di Zetalab. Passò il traguardo sorridente, lanciandoci uno sguardo eloquente.
Subito dopo, iniziarono a sfilare centinaia di altri corridori. Tra loro, persino un uomo vestito da banana, che aveva corso l’intera maratona in quel modo surreale.
E di Max… nessuna traccia.
Arrivò dieci minuti dopo, completamente distrutto… dopo appena 6 km.
Ritirammo le medaglie con una certezza: avevamo perso la sfida.
Il giorno seguente dovevo andare negli uffici di Zetalab per discutere un nuovo progetto. Appena arrivato, sulla porta campeggiava un cartello:
“Ingresso riservato ai perdenti.”