Chi mi conosce sa che non sono una persona particolarmente spirituale.
Anzi, a essere sinceri, potrei definirmi una persona piuttosto terra terra.
Un giorno, però, mi svegliai e, guardando i messaggi sul cellulare, ne trovai uno che mi segnalava che il giorno successivo si sarebbe svolta la Corsa Sacra.
Era una cerimonia che da ormai 27 anni si teneva in Val Saviore: una lunga camminata alpinistica, intervallata da momenti di preghiera e riflessione, organizzata in contemporanea con gli Apache delle riserve di San Carlos e White Mountain, in Arizona.
Non so bene cosa mi spinse a farlo.
Forse la curiosità.
Forse la voglia di provare qualcosa di nuovo.
O forse, semplicemente, quella parte di me che ogni tanto decide di buttarsi nelle cose senza pensarci troppo.
La decisione fu comunque rapidissima.
Un paio di mail, qualche telefonata per organizzare il tutto e, il sabato mattina alle quattro, ero pronto per partire.
La cerimonia iniziò con una benedizione.
Poi ci mettemmo in cammino.
Era ancora buio e salivamo lungo il sentiero nel bosco illuminandoci la strada con le torce frontali.
La salita sembrava non finire mai.
Ogni tanto ci fermavamo per cantare, pregare e ricompattare il gruppo, perché ognuno procedeva con il proprio passo.
Una delle cerimonie prevedeva il passaggio del testimone.
Il primo della fila camminava portando con sé un bastone a cui erano legate delle piume d'aquila.
Quando sentiva di aver camminato abbastanza, si fermava, passava il testimone alla persona dietro di lui e andava in fondo alla fila.
In questo modo, lentamente, tutti avevano la possibilità di portarlo.
Quando arrivò il mio turno mi sedetti su una roccia e lasciai passare gli altri.
A un certo punto arrivò il penultimo.
Mi avvertì: «L'ultimo è ancora molto indietro. Io ho aspettato un po', poi ho deciso di andare avanti.»
Io guardai il sentiero e poi mi sedetti.
Decisi che avrei aspettato.
Nel frattempo osservai la natura intorno a me.
Aspettai.
E aspettai ancora.
Finalmente, dopo oltre mezz'ora, vidi comparire l'ultimo partecipante.
Quando arrivò mi disse: «Questo è il mio passo.»
Gli risposi: «Va bene. Allora andrò dopo di te.»
Per me, che ho sempre fatto mio il motto di Knam "Il secondo è il primo degli ultimi", era una specie di cambiamento epocale.
E così partimmo.
Camminammo insieme e raggiungemmo gli altri, continuando la nostra salita.
Durante la giornata percorremmo più di 25 chilometri, superando un dislivello complessivo di oltre 2.000 metri.
L'ultimo tratto fu il più duro: circa 600 metri di dislivello su una pietraia, quello che rimaneva di un antico ghiacciaio ormai scomparso.
Alla fine raggiungemmo la vetta; eravamo stanchi, ma felici.
Ringraziammo, cantammo e poi iniziammo la discesa.
Che, naturalmente, fu ancora più faticosa della salita.
La Corsa Sacra si concluse intorno alle nove di sera.
Erano passate quasi diciassette ore da quando ero partito.
Parlando con Italo, l'organizzatore della Corsa, gli dissi che quella era stata una delle poche volte nella mia vita in cui ero riuscito a svuotare completamente la mente.
Per tutto il giorno avevo pensato soltanto a quello che stavo facendo.
Camminare.
Guardare dove mettevo i piedi.
Mangiare un mirtillo trovato lungo il sentiero.
Fare attenzione a un sasso.
Respirare.
Camminare ancora.
Italo mi disse che quello era proprio uno degli effetti della Corsa Sacra: tornare alle nostre origini di cacciatori-raccoglitori per ritrovare un contatto diretto con la natura e con ciò che ci circonda.
Non so se sia davvero così; io so soltanto che, per una volta, avevo smesso di pensare a tutto il resto.
Quando mi passarono il testimone, mi avevano augurato:
«Spero che tu possa trovare quello che cerchi.»
Non so esattamente cosa stessi cercando quando sono partito.
Ma forse, quel giorno, qualcosa l'ho trovato.
E forse era proprio lì, lungo quel sentiero, ad aspettare che rallentassi abbastanza per accorgermene.