Da giovane mi capitava spesso di invitare a uscire le ragazze che conoscevo alle feste o durante le serate con gli amici.
L'obiettivo era quello di iniziare una relazione.
O, nel peggiore dei casi, di riuscire almeno a rubare un bacio.
Quella volta avevo conosciuto una bella ragazza bionda.
Quando le chiesi cosa le sarebbe piaciuto fare, mi rispose senza esitazione:
«Vorrei andare a vedere una mostra al Padiglione d'Arte Contemporanea.»
Il mio amore per l'arte è noto.
Quello per la ragazza, in quel momento, era decisamente più forte.
Perciò accettai con entusiasmo.
Un sabato pomeriggio ci trovammo davanti al museo ed entrammo.
La mostra era... particolare.
In un enorme salone erano appese una serie di gigantografie.
Il soggetto era sempre lo stesso.
Un primissimo piano dei testicoli dell'autore.
L'unica differenza tra una fotografia e l'altra era il colore: in ogni immagine qualcuno aveva rovesciato una secchiata di vernice semitrasparente diversa.
Rosso.
Blu.
Giallo.
Verde.
Rimasi qualche minuto a osservare l'opera, cercando disperatamente di coglierne il significato.
Poi osservai la mia accompagnatrice, che sembrava sinceramente affascinata dall'esposizione.
Quando uscimmo dal museo mi guardò sorridendo, probabilmente aspettandosi un commento sull'esperienza.
Ci pensai un attimo e poi le dissi:
«Credo che la nostra storia non possa avere un futuro.»
Non so se fu colpa dell'arte contemporanea.
Ma quella fu anche la nostra prima e ultima uscita.