Diversi anni fa, quando avevamo ancora soltanto due figli, organizzammo una vacanza in Engadina insieme ad alcuni nostri amici, anche loro con due bambini.

Erano tutti piccoli e quindi, per portarli in giro, avevamo l'attrezzatura da spedizione completa: passeggini in versione trail, zainetti porta-bambini e tutto quello che poteva servire per affrontare una giornata in montagna con quattro bambini al seguito.

Un giorno decidemmo di prendere il famoso Trenino Rosso del Bernina, per percorrere un tratto di quella che viene considerata una delle ferrovie più belle del mondo.

Scendemmo nei pressi dell'Alpe Palù e ci incamminammo verso un rifugio, raggiungibile con una piacevole passeggiata di circa mezz'ora.

Arrivammo, facemmo merenda e ci godemmo un po' di tranquillità.

A quel punto chiesi alla titolare del rifugio se esistesse un altro sentiero per raggiungere la fermata successiva del treno.

«Certo», mi rispose. «C'è un sentiero bellissimo.»

La domanda successiva mi sembrò doverosa:

«È difficile? Abbiamo i bambini e i passeggini.»

Lei mi tranquillizzò:

«Ma no, è una passeggiata. Venti minuti al massimo.»

Venti minuti.

Perfetto.

La salutammo e partimmo di buon passo, perché avevamo anche un treno da prendere.

Il sentiero all'inizio sembrava effettivamente tranquillo.

Poi cominciò a diventare un po' più impegnativo.

Qualche salita.

Qualche discesa.

Poi una strettoia.

Poi un'altra.

A un certo punto ci trovammo a doverci passare i passeggini di mano in mano per riuscire a superarli.

Cominciammo a guardarci con qualche dubbio.

Ma ormai eravamo partiti.

Continuammo.

Il sentiero diventava sempre più stretto e accidentato.

Poi arrivammo davanti a una parete praticamente verticale.

E lì scoprimmo la sorpresa.

Per superarla c'era una ferrata.

Guardammo la parete.

Guardammo i bambini.

Guardammo i passeggini.

Guardammo le mamme, che nel frattempo avevano assunto un'espressione che lasciava intuire pensieri non propriamente benevoli nei confronti della signora del rifugio.

Per fortuna proprio in quel momento incontrammo alcuni alpinisti.

Ci guardarono.

Guardarono i bambini.

Guardarono i passeggini.

Probabilmente si chiesero cosa diavolo ci facessimo lì.

Alla fine decisero di aiutarci.

Ci prestarono delle corde e riuscimmo a calare i passeggini lungo la parete, mentre noi cercavamo di far passare tutto il resto.

Le mamme osservavano la scena terrorizzate.

Noi, invece, maledicevamo mentalmente la signora del Piz Palù e quei suoi famosi venti minuti.

Alla fine riuscimmo a superare anche quel tratto.

Arrivammo alla stazione distrutti.

Avevamo impiegato quasi due ore.

Non venti minuti.

Quasi due ore.

Il treno, per fortuna, lo prendemmo.

Da allora non sono più tornato da quelle parti.

Ma se mai dovessi tornarci e incontrare nuovamente la signora del rifugio, credo che avrei qualcosa da dirle.

E soprattutto una domanda:

«Ma lei, esattamente, come misura i venti minuti?»