Il nostro viaggio di nozze lo abbiamo fatto a Creta, una delle isole più belle del Mediterraneo.

Avevamo noleggiato una macchina e ogni giorno ci fermavamo in un posto diverso, trovando un albergo o una stanza dove passare la notte.

All'epoca non esistevano Google Maps né navigatori satellitari; per orientarci avevamo una cartina dell'isola grande più o meno come un foglio A4.

E funzionava anche piuttosto bene.

L'ultimo giorno dovevamo raggiungere l'aeroporto di Heraklion.

Guardando la cartina ci sembrò evidente che la soluzione migliore fosse tagliare per l'interno dell'isola.

In fondo c'era una sola montagna da attraversare.

Ci sarà sicuramente una strada che passa di lì, pensammo.

Partimmo tranquilli.

All'inizio la strada era una normale provinciale.

Poi iniziò a salire.

Man mano diventava sempre più stretta, assomigliando alle nostre strade di montagna.

Continuammo senza preoccuparci.

Dopo un po' sparì anche l'asfalto.

"Tra poco arriveremo al valico", ci dicevamo.

Peccato che il valico non arrivò mai.

La strada terminava davanti a uno strapiombo e quello che fino a poco prima era stato un percorso carrabile era ormai diventato una specie di canale di argilla.

Decidemmo che era il momento di tornare indietro.

Inserii la retromarcia, ma le ruote iniziarono a girare a vuoto: eravamo bloccati.

Per fortuna mi ricordai di aver visto, qualche centinaio di metri più indietro, un recinto fatto con una rete metallica.

L'idea mi sembrò geniale.

Staccare un pezzo di rete, metterlo sotto le ruote e usarlo per fare presa.

Funzionò.

Riuscimmo a liberarci e riprendemmo finalmente la strada.

Dopo qualche minuto Anna mi guardò e disse:

«Ma stai perdendo sangue.»

Guardai il volante.

Era pieno di macchie rosse.

Anche il mio braccio lo era.

Durante l'operazione con la rete mi ero procurato un bel taglio.

Nella mente di mia moglie il collegamento fu immediato: sangue, ferro, ruggine, tetano.

E siccome eravamo ancora in tempo, decise che saremmo passati dal Pronto Soccorso dell'aeroporto; non aveva nessuna intenzione di diventare vedova durante il viaggio di nozze.

Arrivammo in ospedale.

Il medico parlava esclusivamente greco, io in greco sapevo solo quelle quattro parole per ordinare al ristorante e chiedere il conto, ma non era utile.

Tra gesti, sorrisi e qualche parola mimata riuscimmo comunque a capirci.

O almeno così speravo.

Lui prese una siringa gigantesca, mi rimboccò la manica e senza dire una parola mi piantò nella spalla l'ago più grosso che abbia mai visto.

E considerate che per anni ho donato il sangue.

Urlai.

Letteralmente.

Proprio in quel momento arrivarono di corsa alcuni soccorritori con un operaio dell'aeroporto che si era squarciato la testa.

Il medico mollò tutto e si precipitò da lui.

Io rimasi seduto.

Con una siringa infilata nella spalla.

A tenerla ferma con la mano dell'altro braccio.

Aspettai.

Cinque minuti.

Poi dieci.

A un certo punto guardai l'orologio.

Se avessi aspettato ancora, avrei perso l'aereo.

Così presi una decisione.

Sfilai l'ago dalla spalla.

Appoggiai con delicatezza siringa e cotone sul lettino.

Salutai il medico con le poche parole di greco che conoscevo e me ne andai.

Lui mi rispose qualcosa.

Non ho mai capito cosa.

Forse mi stava salutando.

Forse mi stava insultando.

O forse mi stava dicendo di aspettare cinque minuti.

Non lo saprò mai.

So solo che sono passati molti anni.

Non ho preso il tetano.

E sono ancora qui a raccontarla.